Il focolaio partito nell’Est della Repubblica Democratica del Congo ha raggiunto l’Uganda. L’Oms segnala ritardi nella risposta, mentre mancano vaccini approvati per questo ceppo.
L’Ebola Bundibugyo torna a preoccupare l’Africa centrale. Il nuovo focolaio, dichiarato dalla Repubblica Democratica del Congo il 15 maggio 2026, interessa soprattutto la provincia orientale dell’Ituri e ha già superato il confine con l’Uganda. L’Organizzazione mondiale della sanità ha indicato l’evento come emergenza sanitaria internazionale, anche per l’assenza di vaccini e terapie specifiche approvate contro questa variante.
Ebola Bundibugyo, perché il focolaio è difficile da fermare
Il virus Bundibugyo appartiene alla famiglia degli ebolavirus, ma è diverso dal ceppo Zaire, per il quale esistono strumenti di prevenzione più avanzati. Secondo l’Oms, per questa variante non sono disponibili vaccini autorizzati né trattamenti specifici, anche se le cure di supporto precoci restano decisive per aumentare le possibilità di sopravvivenza.
La difficoltà non riguarda solo l’aspetto medico. Le aree colpite si trovano in una zona segnata da insicurezza, sfollamenti, movimenti legati alle attività minerarie e frequenti passaggi di frontiera. Tutti fattori che rendono più complesso individuare i contatti, isolare i casi sospetti e portare materiale sanitario nei villaggi più esposti.
Il contagio è stato confermato anche in Uganda, dove le autorità sanitarie hanno registrato casi collegati al focolaio congolese. Tra le persone contagiate ci sono anche operatori sanitari, un segnale che aumenta la pressione sugli ospedali e sulle unità di trattamento.
Guerra, sfollati e diagnosi tardive
Nell’Est del Congo la risposta sanitaria si muove dentro un contesto fragile. La presenza di gruppi armati limita gli spostamenti delle équipe mediche e rende più rischioso il lavoro delle organizzazioni impegnate sul campo. A questo si aggiunge la fuga continua della popolazione dalle aree di violenza, con spostamenti che possono favorire la diffusione del virus.
I primi sintomi dell’Ebola, come febbre, stanchezza, diarrea e dolori, possono essere confusi con altre malattie diffuse nella regione, tra cui malaria e febbre tifoide. Questo ritarda l’isolamento dei pazienti e aumenta il rischio di contagio nelle famiglie, negli ospedali e durante le cure informali.
L’Oms ha avvertito che la diffusione del virus sta procedendo più rapidamente della risposta sanitaria. Il ritardo nell’identificazione dei primi casi ha costretto le autorità a inseguire il focolaio, invece di contenerlo nelle fasi iniziali.
Il punto centrale resta la sorveglianza. Servono diagnosi rapide, laboratori vicini alle aree colpite, protezioni per il personale sanitario e canali sicuri per raggiungere le comunità isolate. Senza questi strumenti, il virus può continuare a muoversi insieme alle persone costrette a lasciare le proprie case.
La priorità, ora, è interrompere le catene di trasmissione prima che il focolaio si allarghi ad altri Paesi della regione.

