Tra il 2021 e il 2025 sono rientrati dall’estero 129.362 italiani tra i 18 e i 39 anni. Famiglia, affetti e qualità della vita pesano nella scelta più del solo lavoro.
Oltre 129 mila giovani italiani sono tornati in Italia dall’estero tra il 2021 e il 2025. I rientri aumentano e acquistano un peso sempre maggiore rispetto alle partenze, mostrando un volto meno raccontato della mobilità giovanile.
È quanto emerge dal Focus “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze” della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.
Nel quinquennio 2021-2025 i giovani tra i 18 e i 39 anni rientrati sono stati 129.362, il 32,9% in più rispetto ai 97.353 del periodo 2016-2020. Nello stesso arco di tempo gli espatri sono cresciuti soltanto del 2,1%.
Quattro rientri ogni dieci partenze
Il cambiamento appare ancora più chiaro guardando al rapporto tra partenze e ritorni. Nel 2011-2015 si contavano 26 rientri ogni 100 espatri. Nel quinquennio successivo erano diventati 31, mentre tra il 2021 e il 2025 si è arrivati a circa 40 ogni 100.
L’età media di chi torna è 29,6 anni. La fascia più numerosa è quella tra i 30 e i 34 anni, che rappresenta il 29,4% del totale, seguita dai giovani tra 25 e 29 anni con il 26,4%.
La maggior parte dei rientri arriva dall’Europa. Regno Unito e Germania sono i primi due Paesi di provenienza e registrano circa 42 ritorni ogni 100 espatri.
Famiglia e qualità della vita pesano sulla scelta
Il lavoro non è l’unica ragione che porta a tornare in Italia.
Il 67,7% dei giovani rientrati indica motivi personali o familiari. Il 32,4% parla della nostalgia dell’Italia, mentre il 23,5% indica gli incentivi fiscali e la stessa percentuale la qualità della vita. Le opportunità di lavoro sono indicate dal 20,6%.
Non tutti, inoltre, tornano con un’occupazione già assicurata. Il 37,1% ha trovato lavoro dopo il rientro, mentre il 48,5% disponeva già di un’occupazione.
Il bilancio personale appare positivo per molti: il 71,4% dichiara di essere più soddisfatto della propria situazione personale in Italia. Sul lavoro il giudizio è più diviso: il 53,5% considera la propria condizione professionale uguale o migliore rispetto a quella vissuta all’estero.
Restano, però, alcune difficoltà. Solo il 42,9% considera i salari italiani adeguati al costo della vita almeno quanto quelli sperimentati all’estero. Migliore è invece il giudizio sulla conciliazione tra vita e lavoro, valutata uguale o migliore dal 75% degli intervistati.
Il ritorno dei giovani, quindi, non può essere letto semplicemente come il contrario della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Per molti partire significa fare un’esperienza di studio o di lavoro e tornare diventa una scelta successiva, legata a un equilibrio tra carriera, affetti e qualità della vita.
«Quello dei rimpatri è un fenomeno sempre più rilevante per il Paese», sottolinea Rosario De Luca, presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, indicando la necessità non soltanto di favorire i ritorni, ma di creare le condizioni perché siano duraturi e permettano di valorizzare le esperienze maturate all’estero.

