A Crans-Montana si continua a indagare sul rogo scoppiato durante una serata in un locale, costato la vita a una giovane dipendente. Al centro dell’inchiesta ci sono le modalità del servizio “spettacolarizzato”, con bottiglie portate ai tavoli insieme a candele pirotecniche e, secondo alcune ricostruzioni, con movimenti rischiosi all’interno del locale per creare effetto scenico.
Dalle dichiarazioni rese agli inquirenti emergono versioni contrastanti. Da una parte i proprietari avrebbero sostenuto che la ragazza si sarebbe mossa di propria iniziativa, come già accaduto altre volte, senza obblighi imposti dall’organizzazione. Dall’altra, una testimonianza raccolta tra ex dipendenti e conoscenti della vittima descrive un contesto di lavoro segnato da pressioni, carenza di personale e richieste precise legate allo show, compreso l’uso di protezioni come il casco.
Anche sul rapporto tra la vittima e la gestione del locale si registra una frattura netta: la famiglia della giovane, tramite legale, contesta l’idea di un legame “familiare” e parla invece di un rapporto esclusivamente professionale, riferendo di un disagio crescente e di iniziative già avviate per far valere i propri diritti.
Nell’inchiesta entrano inoltre elementi legati alla sicurezza: dalle testimonianze circolate in questi giorni si fa riferimento anche alle uscite di emergenza e alla gestione dei momenti immediatamente successivi all’incendio, con tentativi di soccorso proseguiti a lungo. Saranno gli accertamenti tecnici e la magistratura a ricostruire con precisione la dinamica, chiarire eventuali omissioni e stabilire eventuali responsabilità.
In attesa di risposte definitive, la vicenda riaccende l’attenzione su un punto cruciale: quando l’intrattenimento diventa parte del servizio, il confine tra spettacolo e tutela di lavoratori e clienti non può essere lasciato all’improvvisazione.

