Dal 16 gennaio 2026 sono scattati i primi aumenti sui prezzi delle sigarette, legati al rialzo delle accise previsto dalla manovra economica. I rincari possono arrivare fino a 30 centesimi a pacchetto e, per alcune marche, il prezzo si avvicina a 6,80 euro. L’intervento non è una misura “una tantum”: il percorso di aumento è impostato in modo progressivo fino al 2028, con l’obiettivo di incrementare le entrate fiscali.
Secondo le stime citate dalle associazioni dei consumatori, l’Erario beneficerà già nel 2026 di un incremento di circa 900 milioni di euro, mentre nel triennio successivo il maggior gettito complessivo supererà il miliardo. L’aumento riguarda anche sigari e tabacco trinciato. Diverso, invece, il trattamento per alcuni prodotti a tabacco riscaldato, su cui le regole vengono ricalibrate con criteri specifici: un segmento in espansione, verso il quale stanno convergendo anche i grandi produttori.
Sul tema resta aperto il confronto tra chi considera questi rincari una leva utile di salute pubblica — perché l’aumento del prezzo può ridurre i consumi e contribuire a coprire i costi sanitari collegati al fumo — e chi teme che, nella pratica, la misura si traduca soprattutto in un aggravio per chi continua a fumare. In parallelo, in Italia e in Europa prosegue la discussione su una possibile estensione della “sin tax” ad altri beni ritenuti nocivi, dalle bevande zuccherate ai superalcolici.

