Il referendum sulla caccia del 1990 fu uno dei passaggi più discussi nel rapporto tra tutela della fauna, tradizioni locali e partecipazione popolare. Il 3 giugno di quell’anno gli italiani furono chiamati a votare su due quesiti legati all’attività venatoria, in un momento in cui cresceva l’attenzione verso la protezione degli animali e dell’ambiente.
La consultazione arrivò dopo anni di confronto tra associazioni ambientaliste, animaliste e mondo venatorio. Al centro del dibattito c’era una normativa ritenuta da molti non più sufficiente a garantire una tutela efficace della fauna selvatica. I promotori del referendum chiedevano restrizioni più severe, mentre in Italia si stimava la presenza di circa 1,5 milioni di cacciatori.
Il primo quesito proponeva di limitare fortemente l’attività venatoria, eliminando la possibilità per i cacciatori di accedere ai terreni privati non recintati. Il secondo riguardava la tutela dell’ambiente e della fauna, con l’obiettivo di vietare pratiche considerate dannose per gli animali selvatici e per l’equilibrio naturale.
La campagna referendaria divise nettamente il Paese. Da una parte si schierarono ambientalisti e animalisti, convinti della necessità di rafforzare la protezione della fauna. Dall’altra parte, organizzazioni venatorie e rappresentanti del mondo agricolo giudicarono le proposte troppo restrittive e dannose per una tradizione radicata in molte zone d’Italia.
Alle urne si recò circa il 43% degli aventi diritto. Nonostante la maggioranza dei votanti si fosse espressa a favore dei quesiti, il referendum non raggiunse il quorum del 50% più uno necessario per essere valido. Le norme allora in vigore non furono quindi modificate. Quel voto restò però un passaggio importante nel dibattito pubblico italiano, perché riportò al centro il tema dell’equilibrio tra attività venatoria, tutela della fauna e sensibilità ambientale.

