L’ affluenza del referendum 2026 riporta gli italiani ai seggi con un dato che pesa nel confronto storico: il 22 e 23 marzo, per il voto sulla separazione delle carriere dei magistrati, ha votato il 58,93% degli aventi diritto. È una quota alta rispetto a molte consultazioni degli ultimi decenni e segna un ritorno della partecipazione su temi istituzionali centrali.
Dal 1974 a oggi in Italia si sono svolti 24 referendum e in oltre la metà dei casi l’affluenza ha raggiunto o superato il 50%. Il dato più alto resta quello del 1974 sul divorzio, quando alle urne andò l’87,7% degli elettori. Molto forte anche la partecipazione del 1978 con l’81,2%, del 1981 con il 79,4% e del 1985 con il 77,9%. Tra i referendum consultivi spicca il record del 1989, con l’80,7% di affluenza sul quesito relativo all’integrazione europea.
Nel tempo, però, la partecipazione ai referendum abrogativi si è progressivamente indebolita. In diversi casi il quorum non è stato raggiunto: accadde nel 1990 con il 43,1%, nel 1997 con il 30,2%, nel 2003 con il 25,7%, nel 2009 con il 23,7%, nel 2022 con appena il 20,5% e nel 2025 con il 29,8% sui quesiti su lavoro e cittadinanza.
Diverso l’andamento dei referendum costituzionali, che in genere mobilitano di più. Nel 2006 votò il 52,5% degli aventi diritto, nel 2016 il 65,5%, nel 2020 il 51,1%. In questo quadro, il 58,93% del 2026 si colloca tra i dati più solidi della stagione più recente. Per i lettori significa una cosa precisa: quando il quesito tocca direttamente l’assetto delle istituzioni, la partecipazione torna a salire e il voto recupera centralità nel dibattito pubblico.

