Marghera torna al centro dell’attenzione per una vicenda che riapre il confronto tra innovazione e lavoro. Nella sede veneziana di una multinazionale americana del settore dei servizi finanziari digitali è stata avviata una procedura di licenziamento collettivo che riguarda 37 dipendenti, tra ingegneri e informatici. Alla base della scelta ci sarebbe un nuovo modello organizzativo fondato sull’uso crescente dell’intelligenza artificiale.
La comunicazione è arrivata ai sindacati e alle istituzioni nei giorni scorsi. Secondo quanto emerso, l’azienda considera superato il sistema costruito su team locali e soluzioni adattate ai diversi mercati nazionali. L’obiettivo sarebbe ora concentrare le attività in pochi poli globali, puntando su processi più standardizzati, replicabili e scalabili grazie all’intelligenza artificiale.
I lavoratori coinvolti sono un dirigente, sette quadri e ventinove impiegati con profili altamente specializzati. La decisione, però, non viene letta soltanto come una riorganizzazione interna. Il caso di Marghera viene osservato con attenzione perché potrebbe rappresentare un segnale per tutto il comparto Ict, dove l’automazione sta assumendo un peso sempre più rilevante anche nelle mansioni qualificate.
Sul territorio cresce la preoccupazione. I sindacati chiedono un confronto con l’azienda e sollecitano un tavolo istituzionale per affrontare una questione che tocca occupazione, sviluppo e regole del mercato del lavoro. I dipendenti, dal canto loro, mettono in guardia da una sostituzione totale del fattore umano: l’intelligenza artificiale accelera molti processi, ma non elimina la necessità di competenze tecniche e intervento diretto quando i sistemi si inceppano. È questo il punto che rende la vicenda di Marghera un caso destinato a far discutere ben oltre i confini locali.

