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lunedì, 2 Marzo 2026

Stretto di Hormuz a rischio chiusura: petrolio e gas già in fuga sui mercati

Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro della crisi in Medio Oriente. Dopo l’attacco contro l’Iran e la rappresaglia di Teheran contro i Paesi del Golfo, cresce il timore di un blocco del passaggio marittimo che collega il Golfo Persico ai mercati globali. E i primi segnali, sui prezzi e sulle rotte commerciali, sono già arrivati.

Nelle ultime ore, centinaia di petroliere e navi di gas naturale liquefatto risultano ferme ai lati dello stretto. Anche le grandi portacontainer della logistica internazionale hanno iniziato a cambiare percorso: gruppi come Maersk sono stati costretti a deviare dal Golfo. Questa combinazione di navi in attesa e rotte più lunghe ha alimentato la tensione su petrolio e gas, con reazioni immediate nelle contrattazioni.

Stretto di Hormuz: cosa succede ai prezzi di gas e petrolio

Secondo un report di Goldman Sachs, citato da Bloomberg, i prezzi del gas naturale europeo potrebbero più che raddoppiare se il trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz venisse interrotto per un mese. Il punto critico è la quota di gas naturale liquefatto che passa da lì: circa un quinto del GNL mondiale, proveniente soprattutto dal Qatar, transita attraverso questo corridoio. In caso di blocco di un mese, i calcoli indicano un possibile aumento del 130% dei prezzi europei e di quelli spot del GNL asiatico, fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche.

Il mercato, intanto, si muove già in anticipo. Il gas in Europa ha aperto in rialzo del 25% a 39,85 euro, accelerando oltre quota 40 euro al megawattora, sui massimi da febbraio 2025. Ad Amsterdam le quotazioni hanno segnato un balzo del 36% a 43,80 euro al megawattora. Anche Londra ha registrato un movimento brusco, con un rialzo del 37,7% a 109,24 penny per unità termica britannica (Btu).

Sul fronte petrolio, la reazione è stata altrettanto netta. In avvio di settimana, dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran, il Brent ha toccato un picco intraday fino al 13% e viene scambiato a 78,80 dollari, in rialzo dell’8,28%. Il Wti passa di mano a 72,24 dollari al barile, con un progresso del 7,79%.

Per gli Stati Uniti, l’impatto sul gas naturale viene descritto come più limitato: gli Usa sono un grande esportatore netto di GNL e gli impianti di liquefazione operano tipicamente a pieno regime, con poco margine per aumentare rapidamente le spedizioni.

Il punto, per l’Europa e per l’Asia, è che lo Stretto di Hormuz non è solo una linea sulla mappa: è una strozzatura fisica. Quando le navi si fermano o devono aggirare il Golfo, il commercio rallenta e i costi aumentano. E i mercati, come si è visto oggi, traducono quel rischio in prezzi più alti.

Per i lettori, la conseguenza più concreta è una: se la tensione dovesse trasformarsi in un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, energia e trasporti potrebbero rincarare rapidamente, con effetti a catena su bollette, carburanti e costi di importazione.

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