Il 27 gennaio non è una data “di rito” e non dovrebbe mai diventarlo. È il giorno in cui si ricorda la liberazione del campo di Auschwitz nel 1945 e, con essa, il momento in cui l’Europa fu costretta a guardare in faccia l’abisso dei lager nazisti. Il Giorno della Memoria serve a questo: a impedire che l’orrore venga archiviato come un capitolo lontano, buono solo per le commemorazioni.
Ricordare significa dare un nome alle vittime della Shoah e a tutte le persone perseguitate dal nazismo: non soltanto ebrei, ma anche Rom e Sinti, oppositori politici, persone con disabilità, omosessuali, Testimoni di Geova e chiunque fosse considerato “indesiderabile”. Il meccanismo fu identico: prima si isola, poi si disumanizza, infine si elimina. E la storia insegna che quel processo non comincia mai con le camere a gas, ma con le parole, con le leggi, con l’idea che alcuni diritti possano essere tolti a qualcuno senza conseguenze per gli altri.
In Italia questa ricorrenza richiama anche la responsabilità delle leggi razziali e delle complicità, ma ricorda pure chi scelse di aiutare i perseguitati mettendo a rischio la propria vita. Oggi, mentre i testimoni diretti sono sempre meno, la memoria diventa un dovere collettivo: studiare, raccontare, vigilare.
Perché il punto non è soltanto ricordare ciò che è stato. È riconoscere i segnali dell’odio quando tornano a farsi spazio, anche in forme nuove e apparentemente “normali”. Il 27 gennaio, in sostanza, non chiede retorica: chiede coscienza.

