Siena, rene asportato per un tumore inesistente: risarcimento al paziente e condanna per il medico

Un uomo è stato sottoposto all’asportazione totale di un rene per un tumore che, in realtà, non c’era. È il caso emerso a Siena, dove una vicenda sanitaria iniziata nel 2016 si è chiusa solo dopo dieci anni tra giudizi civili e contabili. Al centro della storia c’è una nefrectomia totale eseguita sulla base di una diagnosi poi risultata errata. Al paziente è stato riconosciuto un risarcimento di circa 75 mila euro.

Secondo quanto accertato in tribunale, il medico aveva ritenuto che il rene sinistro fosse colpito da una forma tumorale aggressiva e che fosse quindi necessario procedere con l’intervento chirurgico radicale. Gli accertamenti successivi, però, hanno escluso la presenza di carcinoma. Non solo: per i giudici mancavano già prima dell’operazione elementi tali da far sospettare un tumore maligno.

Rene asportato per errore: cosa hanno accertato i giudici

Nel procedimento civile, il Tribunale di Siena ha evidenziato un punto centrale: il carcinoma non era presente e, sulla base della documentazione disponibile, non vi erano indicatori di malignità tali da giustificare la rimozione completa del rene. Una conclusione rafforzata anche dagli esami successivi all’intervento.

Il referto istologico, arrivato circa venti giorni dopo l’operazione, ha infatti confermato l’assenza di neoplasie. Questo passaggio ha avuto un peso decisivo nel ricostruire la vicenda e nel definire le responsabilità emerse durante il processo.

Nella sentenza civile sono state inoltre segnalate irregolarità relative al consenso informato. Il documento firmato dal paziente, secondo quanto riportato negli atti, non conteneva indicazioni essenziali come la diagnosi, il tipo di trattamento previsto, la data e la firma del medico. Un elemento che ha contribuito alla valutazione complessiva del caso.

Risarcimento da 75 mila euro e intervento della Corte dei Conti

Nel 2018 il Tribunale civile ha condannato il medico e l’azienda ospedaliera al risarcimento del paziente, quantificato in circa 75 mila euro tra danni e spese legali. Una volta versata la somma, l’azienda sanitaria ha avviato un’azione davanti alla Corte dei Conti per recuperare almeno in parte l’importo pagato.

I giudici contabili hanno parlato di danno erariale indiretto, riconoscendo che il risarcimento sostenuto dall’ente pubblico fosse la conseguenza di una condotta professionale ritenuta censurabile. Per questo il medico è stato condannato a rimborsare circa 25 mila euro all’Asl. L’importo, secondo quanto emerso, è stato ridotto anche in ragione della scelta del rito abbreviato.

La vicenda riporta al centro due aspetti che nei contenziosi sanitari restano decisivi: l’accuratezza della diagnosi prima di un intervento irreversibile e la correttezza del consenso informato. In questo caso, entrambe le questioni hanno inciso sull’esito giudiziario.

Resta il danno subito dal paziente, privato di un organo sano in seguito a una valutazione poi smentita dagli esami. Ed è proprio questo il punto più grave dell’intera storia: un’operazione radicale eseguita senza che vi fossero, secondo i giudici, i presupposti clinici per farla.

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