Caso Domenico: Anna Iervolino non si dimette e respinge l’ipotesi di lasciare la guida dell’Azienda ospedaliera dei Colli. La direttrice generale del Monaldi, intervenendo sulla vicenda del piccolo Domenico Caliendo, morto dopo il fallito trapianto di cuore, afferma di voler restare al suo posto per chiarire ogni passaggio e impedire che un dramma simile possa ripetersi.
Iervolino sostiene che eventuali responsabilità penali e civili siano personali e che tocchi alla magistratura accertarle. Sul piano gestionale, invece, rivendica di avere sempre agito cercando un equilibrio tra la tutela dei pazienti e l’interesse collettivo. Nelle sue dichiarazioni emerge anche il peso umano della vicenda. La manager racconta di avere vissuto con forte partecipazione emotiva le ore e i giorni successivi all’intervento, fino a maturare la convinzione di dover restare per affrontare le conseguenze del caso.
Nel ricostruire i fatti, Iervolino spiega di avere compreso solo progressivamente la reale gravità dell’accaduto. Un primo campanello d’allarme sarebbe arrivato il 29 dicembre, dopo le dimissioni del cardiologo Giuseppe Limongelli, che conosceva la famiglia del bambino e che, secondo quanto riferito, non era stato informato dal team trapiantologico. Da quel momento, racconta, qualcosa ha iniziato a non tornare.
Il giorno successivo la direttrice generale ha convocato la responsabile del percorso trapianti e il primario della cardiochirurgia pediatrica Guido Oppido, che aveva eseguito l’intervento. In quell’occasione, riferisce Iervolino, le sarebbe stato spiegato che il cuore arrivato da Bolzano era stato danneggiato da ghiaccio non idoneo. La conferma scritta sarebbe arrivata solo l’8 gennaio, quando nella relazione si parla di un organo trovato come “un blocco di ghiaccio”. È proprio su questo passaggio che la direttrice dice di essersi sentita tradita dal primario, anche sul fronte dell’obbligo di una corretta informazione ai familiari.
Da allora sono partiti audit interni, verifiche e nuove ispezioni. Iervolino assicura piena collaborazione con magistratura, ispettori regionali e ministeriali. Per chi legge, il punto centrale resta uno: il caso Domenico continua ad aprire interrogativi pesanti sulla catena decisionale, sulla comunicazione interna e sui controlli in un settore delicatissimo come quello dei trapianti pediatrici.

