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martedì, 24 Febbraio 2026

Omicidio di Rogoredo, Cinturrino chiede scusa: “Ho tradito la divisa”

Milano torna a guardare a Rogoredo con inquietudine. A poche ore dall’interrogatorio di convalida del fermo, Carmelo Cinturrino, assistente capo di Polizia fermato per l’omicidio di Rogoredo di Abderrahim Mansouri, ha affidato al suo legale parole di scuse e ammissione di colpa. “Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia”, avrebbe detto, secondo quanto riferito dall’avvocato Piero Porciani entrando nel carcere di San Vittore, dove oggi, 24 febbraio 2026, è atteso dal giudice per le indagini preliminari.

L’inchiesta, hanno chiarito gli inquirenti, è ancora all’inizio e non intende lasciare zone d’ombra. Ma intanto, attorno alla vicenda che ruota attorno all’omicidio di Rogoredo del 26 gennaio, continuano a emergere elementi che delineano un quadro pesante: non solo l’uso dell’arma, ma anche ciò che sarebbe accaduto dopo, e soprattutto il contesto umano e professionale dell’uomo finito in cella.

Secondo la ricostruzione fin qui acquisita dagli investigatori, Cinturrino, 41 anni, è stato fermato la mattina del 23 febbraio mentre si presentava al commissariato di Mecenate per prendere servizio. Dopo perquisizioni eseguite nel suo ufficio e nell’abitazione della compagna nell’hinterland milanese, l’assistente capo è stato portato a San Vittore. Oggi è previsto l’ascolto davanti ai magistrati: un passaggio decisivo per la convalida del fermo e per le valutazioni sulla custodia cautelare.

L’avvocato Porciani descrive il suo assistito come “triste” e “pentito”. Ha aggiunto che Cinturrino e la madre sarebbero andati a pregare in chiesa, anche per la vittima. Sul punto centrale, la versione difensiva resta quella già anticipata: il poliziotto avrebbe sparato perché aveva paura. “Quello che ha fatto dopo lo sappiamo tutti, è stato un errore”, ha dichiarato il legale, che ha anche sostenuto l’assenza di un tornaconto economico: “Non ha mai preso un centesimo da nessuno”.

Omicidio di Rogoredo, la doppia vita e il soprannome “Thor”
Il profilo che emerge dagli atti d’indagine, però, va oltre la singola notte del delitto. Gli investigatori parlano di una doppia identità che Cinturrino avrebbe gestito per anni senza apparenti contraddizioni. Da una parte Carmelo, l’agente con una vita ordinaria, passioni sportive e viaggi. Dall’altra “Luca”, nome con cui, secondo quanto raccolto, sarebbe stato conosciuto e temuto nel mondo dello spaccio, dove avrebbe stretto accordi illeciti per denaro e dosi di droga. È un passaggio delicatissimo dell’inchiesta, destinato a essere verificato punto per punto, ma che cambia la prospettiva: non più solo un episodio isolato, bensì l’ipotesi di un sistema.

Nel boschetto di Rogoredo, Cinturrino si sarebbe guadagnato anche un soprannome: “Thor”. Le testimonianze raccolte lo descrivono come un uomo aggressivo, incline a metodi violenti e fuori misura, fino all’abitudine di aggirarsi armato di un martello tra la vegetazione. Un dettaglio che, se confermato nelle sedi giudiziarie, racconta un clima in cui la forza avrebbe preso il posto delle regole, alimentando paura non solo tra i frequentatori dell’area, ma persino tra colleghi.

Ed è proprio il clima interno alle divise uno degli aspetti più allarmanti. Tre giovani agenti, inizialmente coinvolti nella simulazione di una legittima difesa attraverso la presenza di una finta pistola accanto al corpo della vittima, avrebbero poi riferito agli inquirenti il timore che l’assistente capo potesse essere pericoloso anche per chi lavorava con lui. Uno di loro avrebbe confidato di aver avuto paura che Cinturrino potesse sparargli alle spalle durante un inseguimento. Un elemento che, nelle valutazioni dei magistrati, contribuirebbe a motivare la necessità di misure cautelari in carcere.

Resta infine il capitolo della “messinscena” della pistola. L’avvocato Porciani ha affermato che l’arma sarebbe rimasta nello zaino da tempo e che il collega incaricato di recuperarlo in commissariato “non poteva non sapere”. Parole che aprono un interrogativo scomodo: quanto fosse estesa la consapevolezza di ciò che accadeva, e se ci siano responsabilità ulteriori. Sul fronte istituzionale, il difensore ha commentato anche le dichiarazioni del capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, dicendosi d’accordo sull’eventuale espulsione dal corpo, ma sostenendo una distinzione netta tra errore e delinquenza: “Chi sbaglia paga”.

Per il lettore, la posta in gioco va oltre un singolo nome. L’omicidio di Rogoredo porta con sé una domanda di fiducia e controllo: come si prevengono abusi, come si intercettano segnali di violenza, come si protegge chi lavora onestamente in divisa e chi vive in quartieri dove lo spaccio è un fronte quotidiano. Le risposte, da oggi, iniziano a passare anche dall’interrogatorio in carcere e dai prossimi atti dell’inchiesta.

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