Emerge un caso inquietante nel panorama della procreazione assistita europea: per oltre 17 anni il seme di un donatore danese, portatore inconsapevole di una grave mutazione del gene TP53, è stato distribuito in vari Paesi del continente, contribuendo alla nascita di almeno 197 bambini. Una parte di loro avrebbe sviluppato tumori in età molto precoce, e alcuni sono purtroppo deceduti.
La mutazione in questione è associata alla sindrome di Li-Fraumeni, una condizione rara che aumenta drasticamente il rischio di patologie oncologiche già durante l’infanzia. Nonostante il donatore risultasse sano ai test di screening tradizionali, circa il 20% dei suoi spermatozoi portava il difetto genetico, ignoto alla banca del seme fino alla comparsa dei primi casi sospetti.
Un’inchiesta internazionale, che ha coinvolto diverse emittenti europee, ha permesso di ricostruire l’estensione della vicenda: Germania, Irlanda, Belgio, Polonia, Islanda e parte dei Balcani risultano coinvolti, mentre Italia e Regno Unito sembrerebbero essere rimasti esclusi.
Gli specialisti della European Society of Human Genetics hanno già valutato decine di bambini nati dal medesimo donatore: in molti sono state individuate tracce della mutazione. Diverse famiglie raccontano ora la sensazione di essere state tradite da un sistema che avrebbe dovuto garantire sicurezza e trasparenza.
La banca del seme danese ha espresso solidarietà ai genitori e ribadito di aver agito in buona fede, ricordando che la mutazione non era rilevabile con i test previsti all’epoca. Resta però aperto il dibattito sull’adeguatezza dei controlli genetici e sulla necessità di fissare limiti più stringenti per prevenire casi simili.
Un episodio che scuote l’intero settore e riporta al centro dell’attenzione un tema delicato: quanto sappiamo davvero del materiale biologico da cui nasce una nuova vita?

