Un gesto disperato, una tragedia familiare e una sentenza che chiude il processo, ma non il dibattito. Alessandro Sacchi, 80 anni, è stato condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere per aver sparato alla moglie, Serenella Mugnai, malata di Alzheimer. Il delitto, avvenuto nella loro casa di Arezzo lo scorso 21 giugno, ha sconvolto l’opinione pubblica, sollevando riflessioni sulla condizione di chi si prende cura, spesso in solitudine, di un coniuge gravemente malato.
L’uomo, subito dopo il tragico gesto, aveva chiamato la polizia per autodenunciarsi. Durante il processo, la Corte d’Assise ha riconosciuto le attenuanti generiche, accogliendo in parte la tesi della difesa, che aveva sottolineato lo stato psicologico provato dell’imputato. Tuttavia, la richiesta di giustizia riparativa – che prevedeva un risarcimento a favore di un’associazione per la tutela delle donne – è stata respinta.
Una perizia psichiatrica ha evidenziato che Sacchi potrebbe non essere stato del tutto lucido nel momento in cui ha deciso di premere il grilletto. La sentenza, sebbene definitiva, lascia aperto un interrogativo: quanto il sistema sostiene chi si trova a gestire da solo una malattia devastante come l’Alzheimer?