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	<title>denatalità &#8211; News Italy News | Agenzia di stampa internazionale</title>
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	<description>Le ultime notizie in Italia ed Estero</description>
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		<title>Italia, 6,6 milioni rinunciano ai figli desiderati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:05:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’Istat pesano soprattutto difficoltà economiche, lavoro incerto e carichi familiari. Solo una minoranza esclude i figli per scelta personale. La rinuncia ad avere figli riguarda 6,6 milioni di persone in Italia. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di una scelta legata al rifiuto della genitorialità, ma di un desiderio rimasto fermo davanti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="99" data-end="267"><strong>Secondo l’Istat pesano soprattutto difficoltà economiche, lavoro incerto e carichi familiari. Solo una minoranza esclude i figli per scelta personale.</strong></p>
<p data-start="283" data-end="603">La <strong data-start="286" data-end="313">rinuncia ad avere figli</strong> riguarda 6,6 milioni di persone in Italia. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di una scelta legata al rifiuto della genitorialità, ma di un desiderio rimasto fermo davanti a ostacoli concreti: redditi insufficienti, lavoro instabile, prospettive incerte e responsabilità di cura.</p>
<p data-start="605" data-end="1004">Il dato emerge dal Rapporto Istat 2026, che fotografa un Paese alle prese con una natalità ai minimi storici. Tra i 9,8 milioni di persone tra 18 e 49 anni che dichiarano di non voler avere figli in futuro, il 62,2% afferma di aver rinunciato a bambini che avrebbe desiderato. Solo il 5,5% sostiene invece che i figli non rientrano nel proprio progetto di vita.</p>
<h2 data-section-id="1aczay1" data-start="1006" data-end="1060">Rinuncia ad avere figli: il peso di lavoro e denaro</h2>
<p data-start="1062" data-end="1371">Per quasi 2,8 milioni di persone, cioè oltre quattro su dieci tra chi non intende diventare genitore o avere altri figli, il nodo principale è economico o lavorativo. Il 32,7% indica le difficoltà economiche, mentre il 9,4% richiama la mancanza di certezze occupazionali.</p>
<p data-start="1373" data-end="1700">Le motivazioni cambiano anche tra uomini e donne. Gli uomini segnalano più spesso il problema dei soldi, mentre le donne indicano con maggiore frequenza l’incertezza del lavoro. Un elemento che conferma quanto la maternità continui a essere percepita come un possibile freno nella carriera, soprattutto nelle fasce più giovani.</p>
<p data-start="1702" data-end="1933">Il quadro non riguarda solo chi non ha figli. Una parte degli intervistati dichiara di avere già raggiunto il numero di figli desiderato, ma resta ampia la quota di chi avrebbe voluto allargare la famiglia e ha scelto di non farlo.</p>
<h2 data-section-id="zkyde0" data-start="1935" data-end="1974">Una scelta condizionata dal contesto</h2>
<p data-start="1976" data-end="2212">La denatalità italiana non si spiega quindi soltanto con il cambiamento dei modelli familiari. Il rapporto Istat segnala una distanza crescente tra desiderio e possibilità reale. Casa, lavoro, reddito e servizi restano fattori decisivi.</p>
<p data-start="2214" data-end="2459">A pesare ci sono anche i carichi di cura verso i genitori anziani, un aspetto sempre più rilevante in un Paese che invecchia. La scelta di avere un figlio si inserisce così dentro equilibri familiari complessi, spesso privi di sostegni adeguati.</p>
<p data-start="2461" data-end="2758">Il risultato è un’Italia in cui molte persone non escludono i figli per convinzione, ma perché non vedono le condizioni per affrontare una nascita. È questo il punto più netto del rapporto: la natalità non dipende solo dal desiderio individuale, ma dalla stabilità che il Paese riesce a garantire.</p>
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		<title>Allarme CGIA: nel sud Italia, le pensioni superano i lavoratori &#8211; uno squilibrio crescente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Nov 2023 07:53:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel tessuto economico-politico dell’Italia meridionale emerge un dato preoccupante: il numero di pensioni erogate supera quello dei lavoratori attivi. La CGIA, con uno studio dettagliato, lancia un allarme sulla sostenibilità a lungo termine di questa tendenza. La dinamica demografica rivela una realtà inquietante. Nel Mezzogiorno, il bilancio tra pensionati e lavoratori attivi ha già visto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel tessuto economico-politico dell’Italia meridionale emerge un dato preoccupante: il numero di pensioni erogate supera quello dei lavoratori attivi. La CGIA, con uno studio dettagliato, lancia un allarme sulla sostenibilità a lungo termine di questa tendenza.</p>
<p>La dinamica demografica rivela una realtà inquietante. Nel Mezzogiorno, il bilancio tra pensionati e lavoratori attivi ha già visto il sorpasso. Questo fenomeno, che a livello nazionale si attesta su un rapporto di uno a uno, nel Sud assume proporzioni più gravi. Qui, le pensioni erogate sono 7.209.000, mentre gli occupati si fermano a 6.115.000.</p>
<p>Questo squilibrio è il risultato di tre tendenze interconnesse: calo delle nascite, invecchiamento della popolazione e lavoro irregolare. Questi fattori, combinati insieme, stanno erodendo la base dei contribuenti attivi, incrementando i beneficiari di prestazioni sociali.</p>
<p>Nei prossimi cinque anni, si prevede che quasi il 12% degli italiani lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. Con un ingresso limitato di giovani nel mercato del lavoro, sostituire chi va in pensione diventa un arduo compito per gli imprenditori. Una popolazione in crescente invecchiamento pone serie sfide alla sostenibilità delle finanze pubbliche, soprattutto con l&#8217;aumento delle spese sanitarie e pensionistiche.</p>
<p>La situazione non è omogenea su tutto il territorio nazionale. Milano emerge come la provincia più virtuosa, con un saldo positivo tra pensioni e occupati di 342.000. Seguono Roma, Brescia e altre città del Nord. In netto contrasto, le province meridionali mostrano un saldo negativo, con Palermo, Reggio Calabria e Napoli in particolare evidenza.</p>
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